Si sta concludendo in questi giorni la vendemmia e  contemporaneamente stanno uscendo le guide dei vini che presentano i migliori vini secondo la critica. Il vino italiano è dunque all’attenzione anche perché è appena uscita la notizia che a quantità prodotta di uva da vino ormai abbiamo superato la Francia e siamo i primi produttori mondiali. È chiaro che il discorso sulla qualità è molto diverso, e se pur in Italia sono stati fatti passi da gigante rispetto alla terribile crisi delle falsificazioni che scoppiò negli anni 70, la qualità e specialmente la fama e l’immagine dei vini francesi sono inarrivabili.

Comunque questa annata, caratterizzata da molto sole e dalla pioggia nei giusti momenti, sarà generalmente una buona annata e ci aspettano sicuramente ottimi rossi e ottimi bianchi. Sul novello che uscirà a novembre non è il caso di esprimersi perché si tratta di un prodotto non di qualità, poco più che un’operazione di marketing priva di sostanza.

Ma quali sono le tendenze del vino italiano così come le guide stanno evidenziando? Le due maggiori sono divise da una preferenza geografica (Piemonte contro Toscana), e da una filosofica (vini della tradizione contro nuovi vini). Si può dire che oggi le distanze si stanno colmando, non tanto sul piano geografico, quanto su quello della concezione del vino. I vini nuovi (da non confondere assolutamente con i novelli) sono quei vini non legati a una tradizione sia dal punto di vista della tipicità geografica, sia da quello dell’uso di vitigni internazionali. Se cioè coltivo un sangiovese in purezza, ad esempio, ignoro un disciplinare esistente da tempo, e così se coltivo un vitigno tipico in una zona non tradizionalmente vocata (un Greco in Sicilia, ad esempio). Questa scelta è stata la carta vincente dei vini italiani, che hanno rotto la tradizione scolpita nel marmo dei vini francesi (in cui dal tipo di bottiglia si può distinguere un vino dall’altro, solo per fare un esempio), e hanno creato delle invenzioni  che hanno mutato il mondo del vino. È l’esempio del Sassicaia vino fatto con vitigni tradizionali in una zona della Toscana non tradizionalmente vocata al vino, che è diventato l’emblema della nuova viticoltura italiana.

Oggi questi vini, regolarmente invecchiati in barrique, hanno perso la loro egemonia e si stanno riaffermando i vini tradizionali, ma quasi sempre reinterpretati dal gusto moderno (più leggeri, meno tannici), e proposti in modo nuovo.

È questa la nuova frontiera che produce Brunelli, Baroli, Barbareschi di alto livello, ma che non ha perso il gusto della sperimentazione, o della scoperta di nuovi vitigni tradizionali e di nicchia, che stanno prendendo piede.

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